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isole pontine  - le immersioni

 

 

punti immersione ventotene

 
 

Le sconciglie
Uscendo dal porto, si naviga per alcuni minuti in direzione Nord. Doppiata Punta Eolo, si intravede una coppia di inconfondibili
scogli scuri ed aspri, situati a circa 400 metri di distanza dal versante nord occidentale. Noti come Le Sconciglie, essi costituiscono il sommo di un esteso terrazzamento roccioso, pianeggiante e poco profondo, che nelle giornate di bonaccia dipinge l’acqua cristallina di un bel verde smeraldo. Ai margini occidentali il pianoro scivola più o meno ripidamente sino ad una ventina di metri di profondità su un fondo di sabbia, costituendo un itinerario d’immersione adatto a tutti i livelli d’esperienza. I primi metri sono poco fessurati e densamente colonizzati da popolamenti di alghe verdi, ma poco più in profondità la cigliata acquisisce i caratteri dell’ambiente coralligeno. A partire da una decina di metri infatti, la roccia esplode in mille anfratti e fenditure, cromaticamente impreziosite da una notevole varietà di forme sessili amanti della penombra, che vanno a contendersi ogni centimetro quadro di spazio disponibile: vere e proprie tavolozze di colori in cui prevale il giallo delle margherite di mare, l’arancio delle madrepore arancioni, il rosso del falso corallo, il violetto delle alghe calcaree. Si pinneggia per alcuni metri tenendo la parete alla nostra destra fino ad incontrare, alla profondità di 13 metri, l’entrata di una suggestiva grotta passante. E’ il punto più spettacolare dell’immersione: ai fantastici tagli di luce che filtrano attraverso le aperture scavate nella roccia si aggiungono le tinte vivaci dei briozoi, delle madrepore e delle spugne. In questa immersione si incontrano diverse cerniotte, peraltro abbastanza abituate alla presenza dei subacquei. Saraghi, salpe e una gran varietà di labridi accompagnano l'immersione per l’intera sua durata. Proprio qui alle Sconciglie si ha spesso la fortuna di incontrare, tra i tagli orizzontali che si aprono sulla parete all’uscita della grotta, una specie decisamente poco comune: la murena nera, la più rara delle due specie mediterranee. Svariati sono i nudibranchi: molto diffuso in questo sito è il doridaceo Platydoris argo, lungo fino a 6 centimetri, dal dorso rossiccio o giallastro.

Relitto Santa Lucia
10 luglio 1943 - Un centinaio di persone erano a bordo del “Postale” Santa Lucia, un traghetto che assicurava il regolare collegamento tra le isole e il continente. Salpata da Ponza, la nave era quasi giunta a Ventotene dove avrebbe dovuto caricare altri passeggeri. Improvvisamente nel cielo comparve una squadriglia di sette aerei dell’aviazione alleata, che in breve iniziarono a mitragliare il piroscafo. Si trattava di aerosiluranti ed uno degli apparecchi sganciò l’ordigno che ne centrò la parte centrale, devastandola. A Nord Ovest di Punta Eolo, ad un miglio e quattrocento metri dalla costa la nave iniziò rapidamente ad inabissarsi, spezzata in due tronconi. La parte prodiera si adagiò sul fondo con la
chiglia rivolta verso la superficie. La zona centrale è ridotta ad un ammasso di lamiere ed a poca distanza giace la poppa, angolata di circa 90 gradi rispetto alla prua. Una volta in acqua, scendendo lungo la cima dell’ancora, si inizierà dopo una ventina di metri a delineare sul fondo la sagoma scura ed imponente del relitto. Il fondale digrada da 39 a 46 metri, quindi puntiamo subito verso la poppa, situata alla quota più profonda. Osservando con attenzione, tra i variopinti organismi sessili che tappezzano ovunque la fiancata, potremo notare alcune lettere della scritta della nave. Il ponte è ancora in ottime condizioni, ingombro di argani e sovrastrutture di vario tipo. Seguendo il profilo della poppa si pinneggia sino a raggiungere l’area centrale, rifugio inespugnabile per molti pesci, tra cui saraghi, gronghi e murene. Continuando l’itinerario prestabilito si taglia alla nostra destra fiancheggiando il troncone di prua per tutta la lunghezza del suo profilo longitudinale. Interessante è la posizione delle due grandi ancore, ancora inserite nelle loro cubie nonostante il rovesciamento della porzione prodiera su sé stessa. La vaga sensazione di tristezza per un tragico evento bellico che ha coinvolto più di 100 civili, viene tuttavia allietata dal brioso spettacolo dei branchi di pesci argentei che danzano felici senza meta, quasi a voler accompagnare la nostra risalita verso il sole.

Ciglio di levante
Una volta raggiunto il pianoro, ci si prepara all’esplorazione di questa cigliata. Lasciandosi cadere alla "paracadutista" nel blu per alcuni metri, incrociamo piccoli gruppi di  saraghi maggiori e sciami di castagnole rosse, che si spostano ritmicamente senza meta. L’itinerario consigliato prevede di seguire il gradone roccioso tenendo il profilo alla nostra destra, poiché è in direzione di ponente che la cigliata risulta essere più articolata e spettacolare: un’autentica parete di “sesto grado” tappezzata di
gorgonie gialle che orientando le ramificazioni ortogonalmente al flusso di corrente, ottimizzano la cattura dei minuti organismi planctonici trasportati dalle masse d’acqua. Nelle spaccature sono presenti le aragoste, le murene di taglia, le musdele. Gettiamo sempre un occhio nel blu, dove talvolta pattugliano branchi di grandi dentici e palamite. Conviene ovviamente tenere sotto controllo gli strumenti, anche perché essendo il grado di visibilità solitamente elevato, potrebbe pericolosamente succedere di scendere  più del dovuto. Il nostro giro di boa è costituito da un bellissimo grottino passante che si apre a circa 45 metri sulla parete, sbucando sul terrazzamento della montagna 5 o 6 metri più in alto. Da segnalare anche una seconda spaccatura entro cui trovano rifugio granchi facchini, sciami di parapandali ed altri crostacei. Più giù, ad oltre 50 metri di fondo, il ripido declivio va a morire sulla sabbia, riemergendo qua e là con alcune rocce isolate, visibili all’orizzonte liquido ma situate a profondità davvero proibitive per le immersioni sportive. Ritornando sui nostri passi, guadagniamo via via metri in quota sino a raggiungere il pianoro, abbondantemente ricoperto da una fitta vegetazione algale. Pigramente adagiati sul substrato stazionano corpulenti scorfani rossi e talvolta, soprattutto nella stagione primaverile, grandi esemplari di rana pescatrice.

Secca dell'archetto
Navigando nel tratto di mare a Nord–Ovest di Punta Eolo, a circa 300 metri di distanza dalle Sconciglie, localizziamo un’imponente formazione rocciosa situata a profondità variabili da 22 a 38 metri di profondità. Saltiamo in acqua e puntiamo subito verso una roccia dalle enormi dimensioni, situata a 24 metri di fondo, traforata da un grottino passante sormontato da un delizioso archetto naturale. E’ l’area più interessante del nostro sito d’immersione: ammaliati dalle armoniose geometrie della roccia penetriamo con calma nell’ampio passaggio della grotta, largo almeno 3 metri e profondo 5 o 6. Il substrato meno irradiato dalla luce diretta è adorno di spugne policrome, trine di mare, ascidie e tanto falso corallo. A ridosso dell’archetto si delinea un altro piccolo cunicolo che ospita una ricca fauna vagile, tra cui gamberi meccanici, granchi facchini e numerosi esemplari di re di triglie, che ci osservano a mezz’acqua nella penombra. Ma i motivi di questa interessantissima immersioni non finiscono qui. Pinneggiando lentamente tra i massi, possiamo infatti soffermarci ad osservare gli esili alberelli costituiti dalle delicate colonie di idroidi esposti alla corrente, spesso aggrediti da nudibranchi aeolidacei che si nutrono dei loro piccoli polipi. Belle macchie di colore sono offerte dalle rosse patate di mare, dal corpo a mò di piccola botte, con sifone orale terminale e sifone cloacale laterale. Ed ancora attinie, protule, spirografi, sempre pronti a captare nutrimento con i variopinti tentacoli estroflessi alla corrente. Tutt’intorno la morfologia del fondale appare più o meno pianeggiante, costellata però dai massi grandi e piccoli che concorrono con le loro geometrie a renderlo interessante e ben articolato. Teniamo peraltro sempre in conto che trovandoci ad una certa distanza dalla costa, ogni incontro è possibile. Il pesce non manca davvero, soprattutto per quanto riguarda le specie da tana: un buon faretto nella tasca del jacket potrà a tal proposito rivelarsi utile per centrare con il cono di luce giovani cerniotti o famigliole di saraghi che stazionano tra le oscure fenditure di rifugi inespugnabili.

Scogli di Capri
Sotto l'imbarcazione s’innalzano da un immenso plateau a sabbia, esteso a profondità variabili tra i 40 ed i 55 metri, tre giganteschi panettoni di roccia disposti a triangolo e caratterizzati da cadute marginali molto ripide, a tratti strapiombanti. Ci si trova a diverse centinaia di metri dalla costa, quindi occorre fare attenzione alla corrente, che potrebbe essere molto intensa. Sebbene due dei tre monoliti siano piuttosto ravvicinati e visibili l’uno dall’altro nelle giornate più luminose, converrà per ovvi motivi di sicurezza dedicare un’intera immersione per ciascuno di essi. Il più spettacolare è quello situato a tramontana, con il cappello a 28 metri, traforato sul versante di ponente da alcune cavità scavate nella roccia vulcanica. Uno dei grottini è passante, morfologicamente costituito da un’ampia camera d’entrata posta a circa 42 metri con fondo di sabbia, ristretta via via in un magnifico camino proteso verso l’alto, aperto verso la sommità della montagna. Sui 45 metri si accede in una seconda cavità a fondo chiuso, sviluppata in orizzontale per 5 o 6 metri, tipicamente abitata da fitti assembramenti di parapandali. Verso Sud si staglia all’orizzonte liquido il secondo panettone, caratterizzato in alcuni tratti da lunghe fratture orizzontali, che denunziano con una certa evidenza la lenta, inesauribile azione del flusso idrodinamico di fondo. Il cappello è a 40 metri. Il terzo scoglio, con la sommità a 33 – 34 metri, è spostato di almeno 70 – 80 metri in direzione di Ventotene. Biologicamente queste formazioni rocciose, per la loro stessa conformazione morfologica, costituiscono delle barriere naturali contro l’incessante fluire di miliardi di larve planctoniche. Lo spettacolo è ovunque ravvivato da nugoli di castagnole, donzelle, tordi e tanto pesce bianco. In tana regnano timide cernie, aragoste, musdee e murene di notevoli dimensioni. Nel blu possono materializzarsi d’improvviso grandi pelagici, come dentici, ricciole e palamite.

Punta Pascone
La passeggiata subacquea a Punta Pascone si svolge quasi interamente a ridosso della parete, doppiando per alcune decine di metri l’estremità della punta. Si scivola in acqua al centro della cala e si plana verso il fondo, dove attende una distesa di sabbia lavica, estesa sin sotto la parete verticale che chiude alcuni metri più a Sud la piccola insenatura rocciosa. Dalla sabbia emergono alcuni blocchi di frana che ricevendo ombra dalla falesia per molte ore della giornata, risultano largamente colonizzati da alghe rosse del genere Pseudolothophyllum: questi vegetali formano larghe concrezioni calcificate di colore violaceo, in grado di sfruttare adeguatamente, grazie a pigmenti fotosintetici altamente specializzati, la limitata energia luminosa che raggiunge il substrato. Davanti appare delineata la bocca oscura di una grotta molto ampia e suggestiva, che penetra nella montagna per almeno 20 metri.
Muniti di un affidabile illuminatore, ci si addentra più possibile verso l’interno, sin dove lo spazio sia sufficiente per muoversi senza urtare contro le pareti e danneggiare il substrato. Alle nostre spalle l’entrata della grotta, sempre visibile dall’interno, diventa un lontano triangolino blu disegnato nel nero più assoluto. Nel buio della camera sommersa alcune forme di vita sessili tendono a diradarsi, rendendo il substrato meno colorato; in compenso centriamo col cono di luce diversi altri organismi, tra cui cipree,
magnoselle, gamberi meccanici, castagnole rosse e un piccolo assembramento di re di triglie. Una giovane corvina offre il fianco dorato prima di occultarsi con grazia entro meandri inestricabili. Una volta fuori vale la pena di continuare la nostra passeggiata, tenendo il crinale alla nostra destra. Pochi metri più avanti incontriamo una seconda piccola cavità, che in realtà è uno stretto camino a breve sviluppo verticale.

Punta dell'arco
Navigando verso Sud, si vede il profilo dell’isola alzarsi progressivamente sino a Punta dell’arco, un imponente blocco di lava che si protende imperiosamente verso il cielo, misurando sulla sommità ben 139 metri di altezza dal livello del mare. I fondali prospicienti l’isola non sono però precipiti come si potrebbe supporre, ma dolcemente digradanti, costellati da blocchi di roccia vulcanica che formano un dedalo inestricabile di cunicoli, tagli di roccia e grottini di varia ampiezza. La montagna si getta verticalmente nell’acqua turchina, ma già a 5 o 6 metri di profondità subisce un brusco cambio d’inclinazione, andando a morire su un bassofondo pianeggiante di roccia chiara, ben visibile dalla superficie. Si tratta di una sorta di terrazzamento naturale, affacciato su uno scosceso pendio a gradoni che scivola decisamente sin oltre i 30 metri di profondità, costituto da enormi macigni contornati da canaloni e piccole spianate di erosione detritica. Sul substrato strisciano le astree, note per la bellezza del loro opercolo, i grossi ricci di prateria e le fotogeniche stelle serpente, dal colore rosso carminio, talora maculato di arancione. Molto spesso capita di veder grufolare sul fondo enormi saraghi pizzuti. Nelle spaccature si trovano cernie e murene, mentre nelle aree più illuminate nuotano donzelle, tordi rossi e tordi ocellati. A 24 metri possiamo penetrare entro un foro perfettamente circolare scavato nella roccia, ampio al punto da consentire il passaggio di un subacqueo alla volta. Altre cavità rocciose incuneate tra i grandi massi formano passaggi di grande suggestione, anche perché vengono a crearsi bellissimi giochi di luce, dovuti ai raggi del sole che a seconda dell’ora e della stagione penetrano in profondità. Molto interessante è una camera erosa nella roccia a circa 33 metri, abitata da gamberi e da una moltitudine di organismi sciafili. L’entrata è spesso vivacizzata dalla nuvola rosata delle castagnole rosse. Punta dell’Arco è nota anche dal punto di vista archeologico per diversi ritrovamenti importanti. In questa immersione si potranno vedere alcuni ceppi di ancore di epoca romana e borbonica, ma anche in assenza di divieti diretti è buona norma non toccare i reperti.

Cala nave
L’immersione si snoda essenzialmente tra i 5 e gli 8 metri attorno al più grande dei due scogli, noto come “Nave di fuori”, situato poco a largo della “Nave di terra”. Il fondale, misto di sabbia e roccia, con ampie spianate a posidonia, è perlopiù pianeggiante. In base alle suddette caratteristiche questo sito è particolarmente indicato per effettuare una immersione notturna. Partendo dalla spiaggia, si pinneggia verso il largo per diverse decine di metri sorvolando un’estesa distesa di sabbia scura, che in apparenza risulta essere monotona e povera di forme di vita. Vale però la pena di indirizzare da subito il fascio di luce verso il fondo scrutandolo con molta attenzione, poiché nella notte molti organismi escono allo scoperto o risalgono da quote più profonde. Potremo quindi soffermarci ad osservare i rombi o le sogliole, che sul lato dorsale imitano il colore della sabbia, mentre quello ventrale, a contatto con il substrato, è biancastro. Tracine, seppie, mormore,  sono altri organismi assai comuni che sarà senz’altro probabile incontrare sulla sabbia scura di Cala Nave. Raggiungiamo con calma i massi adiacenti il grande scoglio ed esploriamo con cura ogni anfratto. Tra roccia e sabbia, spesso ai margini della prateria, centriamo con il cono di luce un numero incredibile di cerianti, con la doppia serie di tentacoli estroflessi alla corrente. Meno diffuse ma presenti sono le anemoni dorate, spesso associate a gamberetti del genere Periclimenes. A volte si “materializza” il calamaro, regalandoci per pochi istanti eleganti evoluzioni. Tra i pesci sono diffusissime le mennole, che ondeggiano sul fondo, quasi ipnotizzate dalla luce. Di tanto in tanto compare qualche sarago maggiore, anch’esso più avvicinabile di notte, quando il mare diventa nero come l’inchiostro. Con un po’ d’occhio e di fortuna possiamo sorprendere il pesce ago od il cavalluccio marino, spesso perfettamente mimetizzati nella vegetazione. 

Secca Molara
La formazione rocciosa più importante, costituita da un esteso agglomerato di massi accatastati, spesso di enormi dimensioni, si staglia circa 250 metri a ponente di Santo Stefano ed ha il cappello a 7 metri di profondità. E’ la nota secca della Molara, il cui nome deriva dal rinvenimento di alcune antiche mole in pietra. L’ossatura consta di una dorsale circondata da massicce emergenze rocciose, che digrada dolcemente con profondità medie ai confini della secca che si aggirano dai 16 – 18 metri nel tratto settentrionale e di levante, ai 25 – 27 ai margini meridionali ed occidentali. In base a quanto suddetto, appare evidente che pianificare itinerari subacquei prestabiliti in una zona così vasta e morfologicamente omogenea risulta tutt’altro che facile, a meno che non si abbia una profonda conoscenza di questi fondali. La zona è spesso battuta da violente correnti: ricordiamo a questo proposito che quello descritto è un braccio di mare compreso tra due isole, peraltro caratterizzato da fondali che risalgono  verso quote superficiali, pertanto può esser comprensibile che per una sorta di effetto Venturi possano verificarsi frequenti incrementi, anche notevoli, dei flussi idrodinamici. Queste condizioni da un lato penalizzano le immersioni, da un altro possono renderle spettacolari, essendo particolarmente favorevoli al passaggio di varie specie pelagiche, tra cui ricciole e palamite. Per questo conviene di tanto in tanto distogliere l’attenzione dalle mille spaccature della roccia e scrutare attentamente nel blu dove spesso si incontra un banco enorme di barracuda facili da avvicinare e ammirare. Cernie enormi, splendide corvine e nuvole di castagnole completano l'immersione rendendola a nostro avviso una delle più belle del mediterraneo. Voglio segnalare in ultimo un ampio plateau di origine organogena esteso tra le due secche,  dove è ancora possibile osservare diversi frammenti di terracotta, ceppi d'ancora ed altre testimonianze di antichi naufragi. L'immersione è quadra quindi la risalita si farà sulla cima dell'ancora ammirando la limpidezza dell'acqua che ci farà scorgere senza difficoltà la barca appoggio in superficie.

Punta falcone
Costeggiando il versante settentrionale dell’isola di Santo Stefano, caratterizzato da ripide e frastagliate falesie vulcaniche, si raggiunge Punta Falcone. Il nome deriva, come intuibile, dalla particolare conformazione rocciosa di un masso sporgente che troneggia sulla parete, assai somigliante al capo di questo rapace. Lo spettacolo è magnifico: il mare appare è una distesa blu cobalto, che a ridosso delle scure ed imponenti masse rocciose di basalto e trachite sfuma in un intenso verde smeraldo. Una volta in acqua scivoliamo verso il fondo, trovandoci quasi subito a sorvolare un’imponente franata di grossi scogli che scende abbastanza ripidamente dai 6–7 ai 20 metri di profondità. Il paesaggio in cui siamo immersi è quello tipico delle isole pontine: colonie di astroides e margherite di mare si alternano sulle rocce in ombra ad estesi tappeti di spugne rosse incrostanti e ramificate formazioni di falso corallo. Stelle serpente e stelle pentagono stazionano in bella mostra sul substrato. Lo spettacolo è ovunque ravvivato da fitte nuvole di castagnole, salpe e saraghi maggiori. La numerosa famiglia dei labridi è ben rappresentata in queste acque: oltre alle onnipresenti donzelle ed alle donzelle pavonine, vivaci e colorate, ci sono infatti molti tordi musolungo, tordi rossi e tordi ocellati. Avanziamo guadagnando via via metri in profondità, tenendo il pendio alla nostra destra. Sui 30 metri i massi si diradano ed il fondale si apre in piccoli terrazzamenti di roccia ove cresce rigogliosa la Posidonia oceanica. Qua e là svettano grandi pinne nobilis, a testimonianza della purezza di questo mare. In un tratto di fondale ne osserviamo ben 6 esemplari ravvicinati gli uni agli altri. E’ anche facile sorprendere l’aragosta, con le lunghe antenne che sporgono dalla tana. Non appena doppiata la punta, alla profondità di 40 metri, si notano alcuni esemplari di gorgonia rossa, tra le cui ramificazioni volteggiano nugoli di castagnole rosse. Si tratta di pochi esemplari di piccole dimensioni, ma tutti rigogliosamente in salute, con i polipi spesso aperti alla corrente. Ben più numerose sono invece le gorgonie gialle, che si innalzano abbastanza numerose dal substrato. 

Molo Quattro
Riteniamo che quella del Molo IV sia un’immersione “da non perdere”, dove ogni incontro è possibile. Provenendo da Ventotene, superata Punta Falcone,  si raggiunge una piccola insenatura a ridosso dell'isolotto di Santo Stefano, contrassegnata da una coppia di grottini aperti nella scogliera. Poche decine di metri a ponente dovremmo aver notato una delle rampe scavate nelle roccia per salire al penitenziario. Il punto più spettacolare e rinomato dell’immersione, è costituito da uno sperone di roccia su cui svettano alla profondità di 36 -  37 metri alcuni esemplari di gorgonia rossa, celenterato notoriamente poco diffuso nell’arcipelago pontino. Una volta in acqua sorvoliamo la frana sottostante e planiamo verso il fondo rimandando alla fase finale dell’immersione l’esplorazione dell’agglomerato roccioso ai piedi della parete, sempre avvolto dal frenetico andirivieni di variopinti labridi, saraghi e corpulente salpe. Tra i serranidi osserviamo molte perchie e sciarrani, ma anche la cernia, regina della famiglia, è presente in queste acque. Quando raggiungiamo la parete ci accorgiamo che le gorgonie non sono in verità l’unico motivo d’interesse che spicca sul fondo: in questo piccolo universo verticale verremo attratti, ad esempio, dai candidi intrecci del polichete filograna di mare, dalle solite trine di mare, da alcuni fotogenici crinoidi, saldamente ancorati al substrato mediante i cirri prensili. Doppiata la parete verso levante, vale la pena di visitare a profondità variabili tra i 18 ed i 37 metri un’orlata molto suggestiva, percorsa da lunghe fenditure orizzontali. La roccia in ombra appare concrezionata da talune specie dominanti, in particolare rodoficee a tallo calcareo, briozoi e serpulidi. Sciami di  rossi re di triglie ed enormi scorfani rossi stazionano tra i crepacci, pure occupati da alcune aragoste, dromie, maiidi di varie specie e molti altri crostacei. Numerose sono le capsule ovigere dei gattucci. Segnaliamo infine alcuni massi che si elevano isolati dal fondo sedimentoso ad oltre 40 metri di profondità, adorni di gorgonie gialle, di madreporari e di altre innumerevoli forme sessili.